Araldica

 L'araldica è lo studio dei blasoni, cioè degli stemmi: essi sono detti anche armi o scudi, in greco ἀσπίς (aspís), donde il sinonimo aspilogia. L'araldica è quel Settore del Sapere che ha lo scopo di individuare, riconoscere, e catalogare gli elementi grafici utilizzati, nel loro insieme, per identificare in modo certo una persona, una famiglia, un gruppo di persone o un'istituzione. 

Araldica deriva evidentemente da araldo, cioè da colui che, basandosi esclusivamente sui colori e sui disegni presenti sullo scudo, sulla gualdrappa dei cavalli o sugli stendardi che innalzavano, aveva il compito di riconoscere a distanza i cavalieri coperti da armature metalliche, e occultati anche nel viso.

 L'araldica si sviluppa in un'epoca di scarsa alfabetizzazione, pertanto non sarebbe stato efficace scrivere il nome o le iniziali del cavaliere sullo stemma, e anzi ciò è vietato dalle regole araldiche. Nata dalla pratica dei tornei, dagli araldi (che daranno il loro nome all'araldica) e dalla necessità di costituire degli annuari affidabili (gli stemmari) con la doppia funzione di raccolta di identità e di deposito di elementi esclusivi, la blasonatura sviluppa un vero linguaggio, con vocabolario e sintassi, che con rigore e precisione, permette di descrivere senza ambiguità i blasoni più complessi.

I segni distintivi individuali degli stemmi dovevano mantenere l'univocità di individuazione. I vari araldi si scambiavano, quindi, le descrizioni – la blasonatura – ricorrendo tutti ad uno stesso insieme di regole capaci di fornire un linguaggio comune. La descrizione degli stemmi è spesso definita l'arte del blasone. Mentre si chiama araldica in senso stretto lo studio delle genealogie delle famiglie aristocratiche e dei loro titoli nobiliari.


È chiaro che i due sistemi di rappresentare uno stemma sono destinati a due pubblici diversi. La rappresentazione grafica dello stemma è comprensibile a tutta la popolazione, in gran parte analfabeta. Invece la blasonatura è diretta soprattutto a una classe di esperti, gli araldi, che non sono solo in grado di leggere, ma conoscono anche il vocabolario tecnico dell'araldica, spesso usato in francese.

Aspilogia significa studio delle armi o araldica. Il termine fu coniato da Sir Henry Spelman 1564 come titolo per il suo trattato, scritto in latino, sugli stemmi. Il Dictionary of National Biography e il Revised Medieval Latin Word List segnalano il primo comparire della parola al 1595 circa, forse poco prima. Sir Anthony Wagner nel suo A Catalogue of Medieval Arms del 1950 sostiene, su basi etimologiche, che la forma migliore sarebbe stata "Aspidologia" ma mantenne, per rispetto alla tradizione, il neologismo di Spelman. La maggioranza degli studiosi la ritiene apparsa nel XII secolo con la nascita dei tornei, utilizzata dai membri dell'aristocrazia e del clero, ma è stata anche avanzata l'ipotesi che essa sia nata durante le Crociate, quando i cavalieri cristiani avrebbero imitato l'usanza islamica di distinguere i cavalieri per mezzo di emblemi, colori e disegni simbolici applicati sugli abiti e sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi, al fine di riconoscere alleati e avversari. Diffusasi in tutta la società occidentale, anche importanti famiglie ebraiche sentirono il bisogno di dotarsi di uno stemma. Per quanto riguarda l'Italia, la più antica immagine dell'araldica ebraica 1383 si trova in un manoscritto appartenuto a un certo Daniele di Samuele, proveniente da Forlì e oggi al British Museum. Lo scudo, accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura è la sua rappresentazione verbale.

È chiaro che i due sistemi di rappresentare uno stemma sono destinati a due pubblici diversi. La rappresentazione grafica dello stemma è comprensibile a tutta la popolazione, in gran parte analfabeta. Invece la blasonatura è diretta soprattutto a una classe di esperti, gli araldi, che non sono solo in grado di leggere, ma conoscono anche il vocabolario tecnico dell'araldica, spesso usato in francese.

La creazione dei blasoni per rendere l'identificazione efficace impiegò colori forti che spiccano gli uni sugli altri, motivi di grande dimensione dai contorni semplificati e facilmente riconoscibili, e soprattutto unicità degli stemmi (spesso non rispettata – per ignoranza più che per volontà di plagio).

Questo desiderio di identità si esprime anche nell'utilizzo di simboli, ricordi di fatti notevoli o traduzione di tratti legati al possessore (armi alludenti), o anche rappresentazione del patronimico, perfino il gioco di parole (armi parlanti).


Il blasone non è statico e può evolvere in funzione: di un' alleanza, quando i blasoni degli alleati si riuniscono per formarne uno solo, unione codificata da regole che specificano il tipo di unione  o partizione di un' eredità, che talvolta impone all'erede una modifica detta brisura del blasone originale in funzione del grado di parentela.

di una distinzione onorifica accordata da un signore feudale, che dà a un vassallo il diritto di aggiungere sul suo blasone un elemento distintivo tratto dal proprio; di una sostituzione, quando il blasone originale è stato «disonorato» dal suo possessore o da un suo un antenato (vedere leone araldico, leone codardo, immaschito vilené etc.).

Il leone, con la sua reputazione di forza, di coraggio, di nobiltà,conforme all'ideale medievale, veniva spesso utilizzato in araldica, soprattutto dai Plantageneti. I primi a utilizzarlo come figura ornamentale sulle armi furono i Franchi (Merovingi e Carolingi), che poi adottarono il giglio.

Nella Bibbia, in chiave simbolica, il leone rappresenta forza e valore, il leone fu anche simbolo dei re della stirpe di Davide, fu stemma della tribù di Giuda, fu scolpito sul trono di Salomone, e nel tardo giudaismo era uno dei soggetti predominanti nelle decorazioni sinagogali. Il leone, il più forte degli animali,  non indietreggia davanti a nessuno.  Anche in oriente ed estremo oriente i leoni erano molto presenti e spesso posti all'entrata di luoghi sacri.  A volte furono rappresentati anche figure di "uomini-leone".

Il leopardo è stato usato prima del leone, il tentativo della Chiesa di modificare il leopardo in leone, simbolo più cristiano, è comprovato, prima del 996, dalla lapide tumulare di Roberto I di Normandia, nella quale è inciso il disegno di un leone passante circondato da una didascalia circolare che mette in relazione questo simbolo con la Bibbia: "Ecce vicit leo de Tribu Juda, radix David". L'iscrizione si riferisce alla tribù di Giuda, alla quale apparteneva Gesù, discendente di Re Davide.

Le varianti significative sono quelle che in qualche punto modificano la figura originale; si parlerà di leone rivoltato per dire che è rivolto verso la destra dell'osservatore, di leone lampassato di rosso per quello che ha la lingua colorata in rosso, di leone armato d'oro per quello che ha gli artigli colorati d'oro, di leone coronato per quello la cui testa è sovrastata da una corona, di leone passante per quello che è rappresentato in posizione di cammino e non rampante, di leone bicipite per quello a due teste (rivolte solitamente in direzioni opposte).

  Il leone è classificato come figura araldica naturale (anche quando ha due code) ma lo si ritrova molto frequentemente come componente di qualche figura araldica chimerica, in particolare nella chimera o nel grifone (in cui si "ibrida" con l'aquila, la sua più temibile concorrente araldica).

L'aquila in araldica è di foggia convenzionale, corpo di fronte, ali spiegate, testa verso destra. Nella mitologia greca e latina l'aquila è l'uccello sacro a Zeus, dio del fulmine e delle nuvole, suo attributo specifico, spesso identificata con lo stesso padre degli dèi. È anche simbolo di potenza, vittoria e prosperità.

Nella Roma antica l'aquila era utilizzata nell'esercito romano come insegna dell'intera legione romana.

Questo simbolo araldico, con il suo blasone e attributi, si riscontrano nei secoli successivi: Sacro Romano Impero, Asburgo d'Austria-Savoia  impero prussiano (stemma della Marca di Brandeburgo, dal 1701), Secondo Reich.

L'aquila, benché molto utilizzata nelle armi, soprattutto nell'Europa orientale, non ha conosciuto la stessa banalizzazione del leone. È sicuramente questa la ragione per cui le varianti sono meno numerose:

L'aquila bicefala nata dall'unione dei due imperi romani, ha a sua volta dato origine a un'effimera variante tricefala nel 1229 ad opera di Federico II di Svevia che pensava di aggiungervi l'impero di Gerusalemme. 

L'aquila si blasona così: d'argento (il campo è bianco) all'aquila di rosso, al volo abbassato (ali con le penne pendenti), imbeccata di nero (col becco nero), lampassata di verde (con la lingua verde), membrata d'azzurro (con le zampe azzurre), armata d'oro (con gli artigli gialli).

 

Può essere mutilata: senza testa, sarà decollata, senza coda né zampe né cosce, sarà dismembrata.

L'aquila ha dato origine ad alcune figure mostruose tra cui l'arpia e il grifone, quest'ultimo con il suo reale concorrente terrestre il leone.

L'araldica napoleonica ristabilì un'aquila più vicina al modello naturale e al modello romano, volante, o in ogni caso sorante (che sta spiccando il volo), ma che si ritrova principalmente negli ornamenti esteriori dello scudo.

Aquila coronata

D'argento, all'aquila d'azzurro, lampassata di rosso, rostrata e membrata d'oro (Grevenstein, Germania)

Aquila lampassata, rostrata, membrata di rosso (Aarau, Svizzera)

Aquila rivoltata (Courtemaîche, Svizzera)

Aquila scaccata (stemma della Repubblica Ceca)

D'azzurro, all'aquila spiegata scaccata d'argento e di rosso, armata, linguata e coronata d'oro (Moravia, Repubblica Ceca).

Lo stemma che si assume ha uno scudo che in araldica ha una forma irrilevante ai fini della blasonatura, in quanto lo stemma è sempre lo stesso a prescindere dal tipo di scudo su cui veniva disegnato. Allo stesso modo l'araldica riconosce i colori solo nella loro essenza di colore astratto e non nella singola tonalità.

 Importante invece il modo in cui viene disegnata una figura araldica, quale ad esempio un leone, la posizione o gli elementi particolari utilizzati come mezzi di identificazione.

 Le seconde sono tutte quelle forme che possono essere disegnate sul campo, in uno o in più esemplari; le figure araldiche, a loro volta, si possono distinguere in figure – immagini reali o inventate di persone, animali, oggetti, ecc. – e pezze – forme geometriche elementari o complesse che non vanno confuse con quelle che compaiono come componenti del campo.

In un’epoca durante la quale poche persone erano in grado di leggere, l’elité comunicava il proprio volere al popolo attraverso i simboli: non è un caso che di questi tempi, le chiese fioriscano di affreschi e di immagini simboliche.

Il volgo non sa leggere, i libri sono cosa rara e Bibbia e Vangeli vengono rappresentati attraverso immagini, su muri o su tela, che tutti possano comprendere.

Esiste anche in quest’epoca il bisogno di validare documenti o di accertarne la provenienza: quale soluzione migliore di un simbolo che rappresenti “l’autentico volere” del Signore.

Ecco che l’anello del cavaliere viene impresso sulla ceralacca cremisi ad autenticare lettere, editti e volontà: il sigillo è garanzia di autenticità che tutti riescono a capire, villani compresi.

Un monile personale e unico. Per i primi anelli di questo tipo, si pensa addirittura che il monile venisse distrutto o seppellito con il proprietario una volta passato a miglior vita.

Questa cosa succede ancora oggi alla morte di un pontefice quando “l’anello piscatorio” con i simboli e le iniziali del papà viene distrutto. 

Con il passare del tempo il sigillo diventa lo stemma (oggi diremmo il marchio) della casata nobiliare e inizia a Tramandare la Casata di padre in figlio.

Se proprio vogliamo essere precisi, il sigillo completo viene tramandato al primogenito (al quale viene anche tramandato il titolo nobiliare) mentre agli altri figli viene tramandato uno stemma semplificato a specificare il loro grado di importanza all’interno del casato.

 Lo stemma potrebbe essere anche applicato su gemelli e su un paio di orecchini nel caso di una elegante signora che ami distinguersi. A tal proposito gli anelli chevalier con iniziali sono la massima espressione del fatto “ad personam” perché simboleggiano il nome, l' identità. La donna ha inserito nello chevalier gemme preziose, e lo ha elevato all’ennesima potenza e splendore. Oggigiorno lo “Chevalier” maschile o femminile, resta sempre l'associazione iconografica tra il gioiello e la persona che lo indossa.

La tradizione suggerisce che l’anello dovrebbe essere indossato all’anulare dall’uomo e al mignolo dalla donna.


Storicamente l'origine di questo gioiello nasce dall'esigenza di certificazione personale. L'anello Chevalier ovvero l'anello maschile o femminile con lo stemma della propria famiglia da notizie di un passato da leggere. Era prerogativa di una classe elitaria il poter lasciare un simbolo segno di edificabilità. Dell'anello Chevalier anche gli altri componenti della famiglia possono averne uno ma presentano differenze rispetto a quello del primogenito per esempio le donne utilizzano solo lo scudo. Mentre in quello dei cadetti cioè degli altri figli maschi dopo il primogenito solitamente non viene in gita la corona nobiliare perché il titolo è di pertinenza solo per il primo solitamente sono in oro o meglio Oro Rosso in un giallo o comunque che dia l'aspetto del vissuto.

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